perchè oizo?

31 maggio 2009

perchè è un artista
perchè se ne frega
perchè si interessa
perchè è come un faro in mezzo all’ignoranza
perchè si chiama quentin dupieux
perchè flat eric, il suo migliore amico, è nato il 20 marzo
perchè è semplicemente saccente
perchè è incredibilmente pungente
perchè conosce l’arte. tutta
perchè è ermetico
perchè è rigido
perchè è psicadelicious
perchè è parigino
perchè è fascinosamente trasandato
perchè si lava [?!?!]
perchè nessuno lo conosce
perchè nessuno sa di conoscerlo
perchè non ha senso
perchè mette i brividi
perchè mi ricorda di dimenticare
perchè mi fa arrivare a casa.
 
je suis ta miss. je suis ta pensée. tu m’amuse dans la nuit. je suis miss. oizo. tu est mr. oizo.
 
[per gli ignoranti che osano leggerlo male..si pronuncia alla francese: messier uasò.]
 
 

"e mi cambierò nome per passare le dogane e gli inverni andrò sempre più giù dove non serve tenere gli occhi aperti
e mi cambierò nome ora che i nomi non valgono niente
non funzionano più da quando non funziona più la gente
mi cambierò nome ora che i nomi non cambiano niente
non funzionano più da quando non funziona più la gente."
accadono cose
che non so spiegarmi.
a volte mi chiedo
che cazzo farebbe la gente
se fosse nei miei panni,
invece di criticarmi
o peggio
abbandonarmi
crederndo di andarsene a testa alta.
certe persone, purtoppo,
quelle a cui credi
di essere più legato
ed essere ricambiato
sono quelle
che fanno presto a non comprendere
perchè non li chiami tutti i giorni
perchè non li caghi tutti i giorni
perchè non li vai a trovare tutti i giorni.
fanno presto a girarsi
credendo di essere innocenti.
perchè possono permetterselo.
o credono di poterselo permettere.
e intanto io perdo.
tacendo.
vaffanculo.
però dall’altra parte
non c’è torto
se non mi cagano tutti i giorni
se non mi chiamano tutti i giorni
se non mi vengono a trovare tutti i giorni.
perchè sono io comunque che devo dimostrare
di volere del bene.
gli altri possono rimanere
comodamente seduti in poltrona.
che ci stiano.
solo che adesso
sono stufa di tirarli per un braccio
per farli alzare in piedi.
voglio bene, ma anche il bene ha dei limiti.

ripensamenti

26 maggio 2009

mi fan sempre sorridere le persone che si avvicinano all’altre con lo stesso timore con cui un bambino si avvicina a un’oggetto mai visto prima.
mi rende felice vedere che c’è questo atteggiamento.
odio chi vuole costruire un mondo solido con citazioni e strani collegamenti su quest’arte impavida.

proiezione nel travolto.

25 maggio 2009

ora guardo avanti
e come a notte
non si vede ciò che si calpesta.
solo un autentico bagliore
e poi notte.
ed è proprio camminando
che si rischia di cadere.
procedere è come
aggravare la propria persona,
non essere incolumi
verso se stessi.
allucinazioni di settembre.
miraggi di novembre.
il nulla di gennaio.
la morte di luglio.
il caldo che annulla
le coscienze madide
di sudore incriminato.
sudore che non mente.
è una corsa con il tempo.
vento di ponente
trasporta la mia motivazione
lontano dagli umani
insieme alle essenze dei corpi e delle idee.
non c’è più il freddo
ma il gelo mi pervade
e so che non è un procedere
verso il nuovo;
sento come essere tirata
con forza
verso il passato che mi chiama
mi reclama
e mi trascina.
 
 
e come dirgli di no.
e come opporgli resistenza.
camminare sopra il livello del cemento.
vivere guardando da una finestra.
respirare con le mani in gola.
tutto si lega al terreno,
anche se dannatamente si sorvola.
si scende per i compromessi
e si risale per l’orgoglio.
eppure si parla senza danno.
eppure fa troppo caldo.
apparenze.
sono solo apparenze.
e si aspetta di mandare nell’oblio
tutto il conscio che c’è.
è come vivere profondamente
la falsità di ogni giorno.
è come fingere a se stessi
un mondo di cartapesta.
e pensi all’impossibile che c’è.
e c’è.
cosa manca per il possibile?
vorrei del bacon e un uovo a colazione,
uscir di casa e vedere il fumo uscire dalla bocca.
vorrei non dover correre per arrivare
a fare ciò che non mi piace: sopportare.
vorrei potermi sedere a terra,
e cominciare a bere del the
tranquilla e rilassata,
mentre porto a termine le mie passioni.
e seduta di fronte a grosse piramidi di vetro
mi trovo a sfogliare "les Fleurs du Mal"
sorridendo per l’incredibile capacità
emozionale.
passeggiando lungo la via lastricata
ascolto quel che più mi rende umano
e penso a ciò che mi è dato.
vorrei passare le mie giornate spese a fare ciò che mi appaga.
vorrei nutrirmi di cibo spirituale
che rimane dentro il corpo.
vorrei potermi sentire utile in qualcosa
e per qualcosa
e non dover sbagliare sempre,
per non sentirmi sempre dire di aver sbagliato.
per poter provare ad aiutare a non sbagliare qualcuno.
per non abbandonare qualcuno mentre sbaglia.
per non far notare agli altri che sbagliano.
anche se adesso
gli altri sbagliano
quando pensano che io sbaglio.
a priori.
"[…] Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange
le sein martyrisé d’une antique catin,
nous volons au passage un plaisir clandestin
que nous pressons bien fort comme une vielle orange. […]"
[Baudelaire – Les fleurs du mal. "Au lecteur"]
 
siamo schifidi esseri che non sanno far altro
che nutrirsi di piaceri
nel massimo schifo che possono trovare.
e non c’è niente di puro e giustificato
solamente meschino
è quell’uomo che crede di perseverare nel
bene
dal momento in cui raggiunge il piacere fugace
della massima espressione
del piacere stesso.
non è nel marcio il nostro vivere,
ma il nostro piacere ci abita.
eppure lo chiamiamo vivere.
o lo chiameremmo.
e ci crediamo onnipotenti stupidi
nelle nostre vesti di seta e lino
unte e slavate,
dal nostro farci grandi
in queste vesti strette.
e si romperanno.
e si capiranno.
ma non ci sarà nessuno ad ascoltare il ricordo degli errori.
solo ancora il massimo del pessimo
per la ricerca del piacere Indurevole.
e anche nelle miserie stesse
ci si fa grandi
per poter credere di trovare l’estasi
nella nauseante compassione,
nel disgustoso compatimento,
falso
più delle mille promesse degli uomini stessi.
scoprire che poi
dopo il patimento dissociato
non v’è nulla oltre alla
solitudine
e alla fame
di piacere fallace.
non chiedetemi di essere come voi. non chiedetemi di non capire. non chiedetemi di compatirmi. non chiamatemi.

nero su bianco

15 maggio 2009

c’è chi fa finta di niente
e chi non fa niente di finto.
ma chi?
meccanicamente gli occhi vengono coperti
ma realmente che cosa succede?
eppure è come la mancata appartenenza
ad un aggettivo prescelto
avvolto in lembi di disprezzo.
quello di domani è un giorno comune
e quello di ieri è il giorno che era.
ma oggi?
personalmente non lo concepisco
ne metafisicamente
ne ontologicamente.
quando comunque vuoi sfidare il mare
questo è una scarica di illusione.
sento la necessità di vedere nuove forme
senza linea.
colori che mi invadono
e mi distruggono.
mi ricordano la mia inumanità.
mi rendono Differente.
distante.
lontana.
sempre più lontana.
salutami.

vaffanculo

10 maggio 2009

and you so much more than wonderfull, so much more than i can see.
and i could spend forever hopin you’d be here with me.
 
e non mi interessa.
gli errori madornali con l’indelebile
non si cancellano.
sotto c’è qualcosa di più.
non è semplice tratto.
è chimica.
le componenti del colore si sono mescolate
con le molecole della mia pelle.
e anche se il colore non si vede
l’organismo lavora in un certo modo.
 
la rabbia sale.
inonda gli occhi e cambia le visioni.
gli sguardi inceneriscono.
gli sguardi piatti di sempre.