C’era una volta..

25 agosto 2009

Non credo di ricordare bene la mia infanzia; ho ricordi spaiati, flash rapidi, immagini che scappano non appena le richiami alla memoria. Ma c’è una cosa di cui sono sicura: il libro d’arte che mi è stato innocuamente regalato dai miei genitori all’età di 6 anni mi ha fatta diventare ciò che oggi sono.
I miei genitori erano molto attenti alla mia istruzione, in un certo senso; ho imparato a leggere all’età di 3 anni, poichè mia madre, stanca di leggermi le favole prima di dormire, mi aveva "suggerito" di provare a leggerle da sola. Non ricordo quando ho imparato a scrivere, ma credo nello stesso anno, visto che nella teca piena di libri c’è un minuscolo bigliettino mal tagliato di quattro righe piene di errori grammaticali per il sig. "Babo natalle" firmato Chiara [almeno il nome..], datato 93.
Visti tali "progressi", chiamiamoli così, andavano sul sicuro quando tornavano a casa con riviste dei più svariati temi: viaggi, fumetti, scienza, astronomia… e a me, sinceramente, non è mai dispiaciuto leggere. E’ sempre stata una cosa strana per me farlo, perchè se ciò che leggo davvero mi interessa rischio di finire in un altro mondo. Bene, mi abbonai ad una rivista particolare, che parlava di viaggi, di terre a me sconosciute e che mi facevano sognare solo guardandone le foto, figuriamoci leggerne i racconti. All’età di sei anni, insieme ad un numero di questa rivista, precisamente il primo, ricevetti in regalo questo favoloso libro d’arte, ovviamente semplificata per essere spiegata a dei bambini: divenne la mia prima droga. Non riuscivo a separarmene. Sapevo le pagine a memoria, inventavo i nomi dei pittori, non sapendo le lingue straniere, sapevo i nomi di tutte le correnti artistiche, nonostante non capivo cosa volessero dire. Eppure sapevo.
Era, ed è visto che gelosamente lo tengo nel punto più alto della teca per far si che nessun maldestro me lo possa toccare, diviso in sezioni per movimenti, dalla preistoria all’astrattismo; per ogni movimento c’era una pagina con una cartina e segnate le città più importanti, una pagina con l’elenco dei nomi e una pagina con disegni che riporducevano ambienti tipici di quel periodo e un solo dipinto/opera scelti e descritti. C’erano le statuette degli uomini primitivi, i mosaici dell’Etruria, i realisti sfacciati e infine..una sezione sul surrealismo. Guardavo e riguardavo quel dannatissimo "taxi piovoso" esibito a parigi, e quella muta da palombaro? Cosa diamine ci fa in una mostra? Ricordo ancora l’espressione ricorrende di quando guardavo il disegno di picasso, erroneamente posto tra i surrealisti, disegnare guernica: ma quanto è brutto picasso? eheheh. Ma non dimentico ciò che provavo, a 6 anni, guardando "la vestizione della sposa" di Max Ernst. Era il dipinto che proponevano per la sezione del surrealismo e dalla prima occhiata il sentimento paranoico mi aveva letteralmente rapita.
Tanto per farmi capire, ciò che si creava dentro di me è un po’ come quando si giocava a nascondino e per la foga e la paura, l’eccitazione e la voglia di rischiare per non essere scoperti e andare a "topparsi" iniziava a scappare pipì. Non ero ne felice ne triste. Non sono ne felice ne triste. Mi mancava il fiato, quei due occhi puntati lì, davanti a me, come se mi dicessero di non guardare perchè erano "cose da grandi"; quei due occhi che mi guardavano come colta in flagrante, fare cose che una bimba non può fare; quei due occhi che da sempre mi hanno fatto paura, ma una paura che mi donava curiosità, quella paura che io oggi chiamo angoscia. E stavo li, come nascosta, a guardare quella scena inquietante cercando di non farmi vedere dagli occhi che tanto mi mettevano addosso un bisogno di correre via, il più lontano possibile, ma allo stesso tempo mi tenevano lì perchè mi vietavano un qualcosa, e si sa che nel momento in cui esiste un divieto esiste anche il piacere incontrastabile di voler oltraggiare quel divieto. E io oltraggiavo gli occhi misteriosi del gufo di Ernst. Oltraggio l’angoscia che lui crea nei suoi quadri, facendola mia e solamente mia, mettendo un ponte tra il mio animo devastato e quello di Max Ernst.
Max Ernst è la mia angoscia.
Max Ernst e la mia angoscia.
L’angoscia rende vive le persone morte dentro. Tutto il resto è morto fuori.
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leggere fa male

23 agosto 2009

sostanzialmente sono troppo Chiara
e poco Dalì.

39° di febbre.

13 agosto 2009

non ce la faccio
a guardare i palazzi
senza vedere il riflesso del mio volto
e inevitabilmente appare quel qualcosa
che non sparisce
che rimane
che mi pervade
e mi fa sentire
tremendamente sola.
desertiche piazze
dai grattaceli colorati
profumi di mondi
diversi dall’uguale
non ci riesco,
a guardare Potsdamer platz
e non vederci te dentro
che appari e scompari
come voglia di primavera
e di acqua fresca.
cascata di gelo
nel prendere per mano
quel poco profumo
che m’è rimasto.
se non scrivo mai
non significa che fuggo
come inseguita dal dolore
bensì ti guardo
dall’alto di un cumulo di rottami
che emanano calore
e intanto ti scrivo sulla pelle
queste semplici parole
IO VINCO SEMPRE
e non importa quanto ci metto.
dovessi avere l’intera vita
per farti notare scrupolosamente
quanto quei rottami
sono lo schifo che hai posto
sopra di me
la userò per coprirti di
quei semplici segni.
IO VINCO SEMPRE.