arriva come una mano
e ti stringe il collo
e tu pressato
contro un muro freddo
tenti di dimentarti
dalla sua presa
ma l’angoscia non la vedi
e la senti
ti perfora la giugulare
con un ago
ti apre la cavità toracica
e ti estrapola i polmoni
l’angoscia ti risveglia
per ucciderti
l’angoscia è il riflesso
dell’invisibile
al pianoforte
l’angoscia è la fine
posta nell’infinito
surreale ed effimero artefatto
l’angoscia non dimentica
chi si è seduto
sul trono degli intoccabili
l’angoscia si ricorda
i minuti in cui sei rimasto
a fissarla incredulo
l’angoscia ti trova
anche quando ti sei perso
l’angoscia non ti porta via
quando vuoi fuggire
l’angoscia arriva
per farti rimanere
e più rimani
e più l’angoscia ti colpisce
stringe i tendini e ti soffoca
ti ridona la vita
togliendotela.
 
 
 
 
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macchia sporca.

15 dicembre 2009

come posso esprimere suoni
che non sono rappresentabili
da parole umane?
come posso spiegare
la tua presenza
se rassomiglia tanto
troppo
ad un errore?
la nevralgica necessità d’esserci
l’impaziente frenesia di crederci
la noncurante falsità esposta
e io che danzo
su un filo che cade
non mi interesso
al mondo dell’imbelle
che parla del nutrirsi
come canguri che brucano erba
credendo di essere giusto
retto e fedele
ti monti nella notte della cultura
e io che danzo
sopra un filo sciolto
che cade non so dove
mi poso sulle vernici della pazzia
che colano e lacerano
la tela che piange
per la tua figura
che impone il corretto
completamento di essa
su di essa
con essa
per essa
 
 
 
 
 
 
J. Pollock – Number 32
 
E colano viscide, colano le tue parole addosso a me, come impronta di saliva che cola lungo la mia spina dorsale. E colano viscide le tue offese sulla tela, che la tingono di amaro scuro e credono di averle fatto male. 
 
Ammazzare il tempo
e chi ne fa parte
distruggere le prove
dell’esistenza della perfezione
del tempo siffatto e umanizzato
non a tal punto da essere a misura d’uomo.
e a questo punto
arrivato alla fine dell’arruginito piano
di demenza senile
comprendi di essere vuoto
sterile
infecondo
inutile
oggetto sparso senza un reale senso
piccolo frammento perso della tela
che compone tutta quella farsa
quella messa in scena
chiamata vita
e perdi tutto
e perdi senso
e perdi viso
e perdi volto.
nulla più ha un nome
ma finalmente potrai sbizzarrirti
nel creare a tua immagine e somiglianza
tutto quello che ti va.
io sono il mio dio.
dio è morto.
aristotele e i sillogismi.
 
Non servono ingenti calcoli
per esprimere quanto vivere
sia noioso e futile
è necessario capire
qual’è la linea che separa
il vivere dal morire
e tu l’hai superata.
spavaldo ti alzi
da quella sedia
che chissà che cosa
avrà sentito
e mi spieghi le
verità assolute
quelle a cui non credo
quelle che mi rendono impassiva
davanti all’inesorabile scorrere
del futile tempo
che mangia e divora
le nostre persone.
dimmi che senso ha
allora
raccontare favole di cartone
spacciandola per realtà
quando non sappiamo ancora
con che cosa siano costruite
le verità pazzesche
quelle che ci fanno arrossire
a cui ci rifiutiamo di credere
perchè ci rendono così labili.
siamo foglie appese agli alberi
e gli alberi si annoiano
lasciano cadere le foglie
per divertirsi guardandole
volteggiare nell’aria fine di dicembre
e tu, oh foglia marcia
sei caduta d’estate
e credi di essere viva e ammirata
verde e corteggiata
apprezzata e cercata.
in realtà sei una nullità di passaggio
come tutte le altre foglie.
cadi, oh sciocco
cadi, oh piccolo illuso
cadi nell’oblio delle genti.
e non tornare più.