son scivolata.

28 febbraio 2010

non raccontarmi cose
scontate come la nebbia
che arriva quando meno te l’aspetti
adesso prendi le misure
dell’asfalto che non vuoi calpestare
e dimmi
che cosa cambia tra un piatto
e il suo contenuto generico?
nel piatto io ci metterei le mani
mentre tu le mangeresti.
mani grandi come alberi
e odio profondo come il vento
dentro ai capelli di chi non parla
momenti senza noie
annoiate dai momenti
e poi la danza
stupida e futile
univoca e a senso unico.
non è il tuo mondo
non è un universo parallelo
e la realtà non sense
che si manifesta agli occhi di chi pensa
come sicuramente negherebbe Cartesio
e l’amor perverso
e quello fatto di te
tu che mi pervadi di antitesi Hegeliana
e che mi riduci al nulla.
al nulla dai mille sensi
al nulla dei mille momenti noiosi
dove la noia gioca con i nostri corpi
e ci protende verso il baratro
della anti-conoscienza del totale vuoto
che accomuna gli animi di chi
per amor perverso
tramuta i pensieri in amor platonico.
e io ti amo, profondamente t’amo
nel disastro dei miei ragionamenti casuali
t’amo più che ami.
e anche se non lo sappiamo
ci amiamo di un amore dadaista
sposando l’insulso in un fastoso banchetto
di oblio e verità amare.
oh, quanto t’amo e tu non sai.

La foule

17 febbraio 2010

ed erano quelli i giorni di Parigi. erano le foglie secche al vento. erano i profumi di liberà e pace.
ed eravamo li, su quel ponte a passeggiare. e improvvisamente le stelle si accesero più forti.
tutto divenne più semplice e contemporaneamente più bello.
e l’arte è più forte se sei a Parigi.
e tutto è più bello se lo guardi a Parigi.
e io ti amo ancor di più a Parigi.
su quella strada lastricata. quel bagliore di speranza insieme al tuo profumo.
la pioggia parigina suona melodie barocche sui tetti così medievali.
saltar sulle panchine a Parigi non è vietato, ma non guardare mai negli occhi Parigi mentre lo fai: potrebbe vendicarsi.
e io l’ho fatto, e adesso tutto quello che sono è nulla rispetto a quel che Parigi è per me.
Parigi è il mio utero materno e soffro ogni qual volta qualcuno calpesta il cordone ombelicale che ci tiene unite.
e dal profondo del mio cuore penso a quelli che erano i pensieri di Parigi. scruto le mie dita nell’attesa delle mani di Parigi.
e quel che sarò, lo diverrò solo per lei. La mia culla senza pregiudizi.

60’s addict

8 febbraio 2010

Ti osservo, attraverso quelle foglie. Sei seduto a quel tavolo e non mi interessa se tu ti sei accorto del fatto che io ti osservo. Mi guardi e ridi, e timidamente non posso far altro che sorridere. Ogni tanto torno al mio bicchiere, sorseggio nervosamente quel vino rosso che non mi da molte soddisfazioni, e poi inforchetto quel piccolo gamberetto sommerso dalla salsa cocktail; non appena finisco questo rituale, che di tanto in tanto ripeto, torno a fare la cosa che più mi esce semplice: osservarti mentre discuti di grandi cose con persone di un certo calibro, e nascondo i miei sorrisi dietro alle foglie che in un certo senso mi riparano.
Adoro stare a spiarti, consapevole del fatto che non è una cosa del tutto nascosta. Un altro grissino, uno sguardo distratto all’incapace intrattenitrice del mio tavolo, un rapido cenno col capo e una risatina di approvazione per l’esilarante racconto e poi torno a te, che ancora ti accorgi e mi sorridi. Tutto sarebbe stato più noioso se tu non fossi stato seduto la, a discutere di grandi progetti e gesta eroiche. Io invece inclino solo la testa, appoggiandola sul guanto troppo bianco, per i miei gusti, che avvolge la mia mano e mi diletto nel guardarti.
Poche ore per finire questa cena e a me son sembrati decenni. Non essendo mai stata in una situazione del genere e in un ambiente simile l’unica cosa che mi rimane da fare è continuare a starmene qui seduta, nonostante qualcosa si stava già muovendo. Eccola che riparte, sempre lei, nel suo vestito rosso a piccoli pois bianchi, legato dietro il collo, di raso e troppo stretto in vita, a parlare del suo cavaliere che le ha chiesto di venire a questa cena; parla di come le si è impigliato il suo bel vestitino sulla cadillac rossa del suo amato e di come lui è sempre galante nei suoi confronti.
E allo stremo cerco una boccata d’aria nel suo sguardo, ma maledettamente quel posto è vuoto. Mi abbandono sullo schienale di questa sedia che sembra fatta di fuoco e rimurgino a quando sia stato bello anche questa volta poter lontanamente sperare; mi consolo con la canzone appena iniziata, una delle mie preferite e guardo i fiocchi neri delle mie decolleté color panna dondolare a ritmo: pensiamo positivo. Osservo con aria compiaciuta l’evidente nervosismo della mia compagna di cena, stizzita per la lunga attesa del suo cavaliere, che guarda tra i tavoli se qualcosa o qualcuno si muove e poi sposto l’attenzione sul resto delle mie compagne: qualcosa dovrò pur fare per passare la serata, o no? E quindi non mi resta che provare a mescolarmi nei loro discorsi fatti di pon pon da cheerleader e qualche altra robaccia da ragazzine pettinate e ordinate. Dunque torno ad appoggiare il mio mento sulla mia mano, e tamburellandomi la guancia con le dita cerco di captare il succo del discorso…Bhe, l’ultimo brano di Elvis può essere un buon argomento su cui discutere; in fondo amo la musica.
E poi ci sono dei momenti in cui pensi di stare male, e ne è arrivato uno proprio una frazione di secondo dopo tutto questo. Tu sei li, in piedi, di fronte a me, tra la sedia della stizzita e della biondina che mi guardi sorridendo; i miei occhi sono troppo aperti per pensare di sognare…
"Ti va di ballare?". Credo che la mia risposta verbale non sia delle più comprensibili, ma come se ci fosse uno di quei marchingegni da giocattoli stupidi nella mia schiena, subito mi alzo e prendo la sua mano, quella che mi tendeva da un tempo paragonabile, dai miei sensi intontiti, a quello che è un secolo. Adesso finalmente posso sorridergli da vicino. Lui mi accompagna fino alla pista circondandomi delicatamente i fianchi in un abbraccio quasi impercettibile e poi lascia che sia la musica a guidare gli istinti primordiali; e poi, per dare il colpo di grazia ai miei sensi, parte quella canzone, proprio quella, sulla quale ogni piccola stupida ragazza ingenua sogna un ballo e due occhi così intensi puntati addosso. Perchè non dovrei sognare anche questa volta? Una risposta ce l’ho: perchè sento stringere sempre più la presa sui miei fianchi e vedo quel sorriso, quello inconfondibile che fino a un’ora fa guardavo attraverso le foglie di quella pianta ornamentale.
I miei piedi piangono. Sarà il caso che vada a sedermi e quindi, data l’urgenza, decido di esprimermi in modo comprensibile e nella lingua corrente: "Ti spiace se ci sediamo e beviamo qualcosa?". Sorridendo annuisce e ci ritroviamo a sorseggiare uno strano miscuglio di succhi e a parlare di quanto sia stata noiosa la cena, chi per un motivo, chi per un altro. Distrattamente lui mi prende per mano e delicatamente mi sfila quel noioso guanto. "Scusa, ma volevo sentire le tue mani, quelle vere" "Tranquillo…" e con una naturalezza che mi spaventa gli do un bacio sulla guancia. Mi accorgo della blasfemia commessa e arrossisco violentemente, lo so, perchè sto morendo di caldo; ma sorridendomi lui ricambia. Rimaniamo a guardarci negli occhi così intensamente che tutto il resto sembra fermo, ed è in quel momento che mi accorgo di quanto sia ancora più bello da vicino e senza le foglie che lo coprivano a tratti; i suoi occhi così profondi mi attiravano sempre più vicino a lui e, senza quasi accorgermene lui mi prende il mento, mi avvicina al suo viso e mette le sue labbra contro le mie.
Saranno passati all’incirca 3 giorni dall’incontro delle due bocche, e invece no: solo 25 secondi. Ed eccolo che ricomincia a sorridermi ed è li che mi disarma.
Decidi di riaccompagnarmi a casa facendomi una bizzarra domanda: se amo guardare le stelle. Ingenuamente annuisco e in pochi secondi mi trovo davanti a questa cabrio scintillante; mi sembra ci siano duecento stelle in più stasera, o sei tu che con il tuo sorriso fai brillare così tutto quanto? Oddio, ma che frasi arrivo a pensare? E, stella dopo stella, mi ritrovo a non essere più capace di staccarmi dalle tue labbra, dal tuo profumo intenso. E ogni tanto, tra un bacio e l’altro, ci si scambia uno sguardo rapido, carico di incredulità misto a felicità e poi ancora a nutrirci l’un dell’altro.
La notte più bella. E da quando ti ho scoperto ogni canzone è ancor più rockabilly di prima.